C’è un post per te..( per sole donne)

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Se  desideri esprimere un tuo parere su qualcosa che ti sta particolarmente a cuore, se desideri scrivere una tua esperienza personale, se vuoi far sentire la tua voce anche in maniera anonima, mandaci un’email qui walai@autistici.org e leggeremo la tua email, i tuoi pensieri, i tuoi sfoghi, le tue parole in diretta.

Scrivi con oggetto ” C’è un post per te” .

FATTI ASCOLTARE !

Edited: January 29th, 2010

Surprise! Sabato 6 Febbraio ore 18:50

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Ladyradio presenta una puntata surprise…nessun argomento in anticipo, tutto a surprise.

Ricordate sempre che potrete interagire tramite msn, irc, email, telefono e sì anche preghiera.

SABATO ORE 18:50 SOLO SU RADIOLINA

WWW.RADIOLINA.INFO

Edited: January 29th, 2010

C’era una volta la brava ragazza

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Essere donna in Italia. Non è semplice.

Essere femminista in Italia, ancor peggio. Essere femminista o di sinistra o semplicemente una ragazza normale nel Sud Italia (e non solo) è un’impresa titanica.

Riuscire a trovare un equilibrio nella società moderna è diventato ormai la ricerca del sacro Graal. Non esistono quasi più centri di aggregazione culturale femminile, non parlo del circolo del ricamo bensì di un ritrovo per donne che desiderano dare un contributo alla società e anche ad altre donne.

Esplodono in tutto il Mondo libri sul problema della figura femminile nel lavoro e nella vita sociale in genere. Spopolano librucoli come ” Donne che amano troppo” e ” I love shopping”. Le ricerche scientifiche puntano tutto sugli ormoni, dando giustificazioni facili e qualunquiste a stress e problemi ben più seri.

Le donne trovano difficoltà nell’essere totalmente se stesse ed è facile che molte di noi si chiudono a riccio verso gli altri ma, soprattutto, verso le altre donne.

Un tempo c’era l’UDI, ma anche lì era difficile trovare un equilibrio con il Partito Comunista ( vedi qui), c’era la politica, c’erano le manifestazioni e valori molto, molto forti che richiedevano una coerenza difficile per molte. LUDI è ancora in piedi e fa ancora molto per le donne in Italia ma è sempre più difficile trovare giovani ragazze interessate realmente alle tematiche femministe, diventa quasi imbarazzante per molte sentirsi donne indipendenti, perchè questo le mostrerebbe agli uomini come prede difficili e poco ambìte.

Rinunciare al ruolo di donna tuttofare, rinunciare alle famigerate nozze in bianco cattoliche, alla sottomissione di suocere, sorelle, cugine e parenti vari, è stata dura per molte che, non a caso, hanno rinunciato alla lotta, lasciandosi andare alle sovrastrutture sociali, per comodità pagata poi con gli anni a venire.

Molte di noi sono figlie di chi ha vissuto quegli anni,  quando tutto sembrava possibile. Adesso ci troviamo in una società diversa, che punta tutto sulla donna in quanto oggetto di studio e non di venerazione o rispetto.

Siamo figlie di una rivoluzione esplosa male e come tali dobbiamo confrontarci con una sorta di rivalsa della superficialità.

Le brave ragazze un tempo erano quelle casa e chiesa, devote al marito, alla pulizia domestica e allo studio fine solo a se stesso.Non dicevano parolacce e sopivano tutti i pensieri maliziosi nel buio dell’inconscio.

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Adesso le brave ragazze sono quelle che fumano, bevono, dicono parolacce, si interrogano sulla propria sessualità, studiano per diventare qualcuno, leggono libri di ogni tipo e sono coscienti di essere donne e quindi esseri umani e non cose. Le brave ragazze adesso vanno ovunque e fanno tesoro di ogni esperienza.

Le cattive ragazze invece sono statiche, vivono di superficialità, tendono a mascherarsi dietro chili di mascara, fondotinta, spesso tendenti alla bulimia da palestra e non solo, idolatrano la figura della “zoccola”, giocando con l’immagine distorta della donna facile=libera.

Scavalcano le altre donne come possono, spesso usando l’unica arma che conoscono: il proprio corpo. Venduto come merce di scambio, usano il sesso per ottenere il consenso da parte degli uomini, che venerano e che vorrebbero emulare.

Le cattive ragazze  sono malgiudicate da tutte le altre donne e per questo si arrogano il diritto di sentirsi diverse, outsider e sì anche fighissime.  Queste persone sono un prodotto commerciale vivente, insicure fino al midollo. Allora perchè le neo brave ragazze si sentono spesso minacciate da loro? Come mai una ragazza sana, intelligente, viva, moderna, deve sentirsi bloccata da questa figura grottesca?

Perchè mai vivono nel terrore di essere scavalcate da loro? Perchè le donne quando si innamorano devono lottare costantemente contro tutte le altre? Quando è nata questa ossessione verso il proprio compagno/a?

Si ha spesso paura di quello che non si conosce. Un mondo fatto di immagine, superficialità e cattiveria gratuita spinge le donne al rifiuto, alla negazione o alla totale sottomissione di esso. Il femminismo ha perso ormai colpi, è diventato un pensiero filosofico utopico oppure si è trasformato nella mente dei più in una specie di lotta al maschio, utilizzando come scudo e arma da combattimento proprio gli stessi atteggiamenti maschilisti che tanto odiamo.

Occhio per occhio, dente per dente rende tutti ciechi e sdentati ed ecco che sempre più donne si fanno strada nella società con un atteggiamento sprezzante, maschilista, privo di valori dove all’apice di tutto c’è sempre e solo il sesso.

Il sesso come arma, strumento, spesso di vendetta o di rivendicazione, usato per ferire non solo gli uomini ma anche le altre donne. Il potere del sesso è fortissimo e richiede una forte autocoscienza ma, soprattutto, coerenza.

Le donne che usano il sesso come arma quasi sempre non sono coerenti con se stessi e non sanno cosa vogliono dalla vita, vivono alla giornata , senza pensare , senza ragionare mai.

Non stiamo qui a far le bacchettone…avere rapporti occasionali non è da condannare, nè tantomeno è giusto giudicare la vita sessuale di qualcuno ( a meno che ciò non vada contro ciò che si predica).

Una donna libera è anche colei che vive la sua sessualità in maniera positiva, allegra, viva, non la usa per ottenere nulla ma solo piacere per sè e per gli altri e, soprattutto, non giudica le altre donne ma, anzi, le sostiene e le aiuta.

E’ tempo forse che tutte le brave ragazze si riuniscano in coro e che smettano di sentirsi minacciate da questi rigurgiti di filosofie da grande fratello. Se un uomo preferisce una donna siliconata, stirata, tirata, truccata, pompata, svilita, forse è meglio cambiar strada e guardare avanti, senza giudicare, senza esitare, senza ansie, unite e compatte.

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Walai

Edited: January 27th, 2010

Le false cure : dai principi attivi in bottiglia all’acqua magica

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Stregonerie o panzanate?

L’una e l’altra.

In tv vanno avanti immagini di donne gonfie, ipertese, stitiche, ormonalmente a pezzi.

Invece di dare come souluzione una bella visita da dermatologo, nutrizionista e ginecologo, si induce alla beffa dei prodotti magici.

Bottigline miracolose che ti sgonfiano la pancia, shampoo e balsami che ti rendono i capelli belli come quelli delle winx, creme snellenti e antirughe che ti piallano in sole 4 settimane!

Cominciamo col dire che un gonfiore costante all’addome è indice di stress, scompenso ormonale, malnutrizione o altri fattori da curare con l’aiuto di un medico.

Se ti senti gonfia ogni tanto, allora prendi un bel bicarbonato e per qualche giorno non mangiare gli spaghetti alla piastra.

Capelli aridi e loro continua perdita possono indicare ancora stress, debolezza, malnutrizione o sempre il solito problema ormonale.

Puoi usare tutti gli shampoo miracolosi di questo mondo, il problema tornerà sempre e, anzi, si acuirà.

Non c’è estetista migliore del vostro dermatologo.

Altra figura essenziale nella vita di una donna è quella del ginecologo: pap test, visite al seno e alla vostra magica vagina, sono d’obbligo! Per evitare cancro all’utero, cancro al seno e per tenere sotto controllo eventuali sbalzi ormonali.

Altra minchiata che ci propinano sono le famose calorie.

Moltissime donne neanche sanno cosa sia una caloria:

La caloria è la quantità di calore necessaria per innalzare di un grado centigrado la temperatura di un chilo di acqua. Essa, è usata per misurare l’energia contenuta in una certa quantità di un determinato cibo e per misurare il dispendio energetico del corpo umano in ogni attività che compie. Tale unità di misura, fu messa a punto dal chimico americano Atwater alla fine dell’800 ed è ancora oggi tenuta in grande considerazione per formulare diete ipocaloriche e stabilire il dispendio energetico di ognuno di noi. Tuttavia, spesso accade che non si ottengano i risultati attesi basandosi su calcoli e conteggi calorici.

Tali calcoli grossolani e imprecisi non tengono in considerazioni le molteplici variabili individuali, ossia, l’unicità di ognuno di noi e neppure la consistenza, la composizione e la cottura dei cibi, diventando molto imprecisi e frustranti per chi vorrebbe perdere peso.

La presenza di fibre in un alimento o la sua associazione ad altri alimenti con fibre ne cambia totalmente il conteggio calorico. Le fibre che non vengono digerite ed assimilate dall’organismo e fanno assimilare meno anche gli altri nutrienti.
Ad esempio diventa fondamentale la consistenza di un cibo quelli morbidi che richiedono poca masticazione e sono facili da digerire come le creme, i budini e le mousse vengono assimilate totalmente. Invece, alimenti che richiedono un lavoro di masticazione, ricchi di fibre e che impegnano l’apparato digerente creando un dispendio energetico alla fine comportano una minore assimilazione di calorie.

Inoltre, la cottura muta il conteggio calorico. Infatti, alcuni alimenti proteici, come la carne se molto cotti aumentano le calorie poiché le proteine diventano più digeribili e gli enzimi riescono a smontarle con più facilità, evitando un dispendio di energia che serve invece per digerire ed assimilare carne poco cotta. La temperatura elevata, poi, è in grado di far triplicare il contenuto calorico di alcuni alimenti.
Infine, non di minore importanza è l’aspetto psicologico che rende frustrante e innaturale il rapporto con il cibo e il dimagrimento, se ci si concentra sul calcolo calorico.

Le ricerche di mercato vendono bottigline magiche, voi ve le bevete. E passate la mattinata sul cesso a pensare che il bifidus funziona davvero! Mentre il vostro conto in banca crolla insieme al vostro fisico.

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Lo sport è sì importante ma anche la bulimia da palestra è un altro danno al fisico e al cervello.



Le palestre diventano anche mondi paralleli dove le donne sfogano spesso in maniera compulsiva ogni singola frustrazione della giornata. Mangiare un dolce pesantissimo e correre per ore per smaltirlo, danneggia il vostro corpo.

La televisione dunque continua a propinare chili e chili di cazzate, chiamando in causa anche colesterolo e difese immunitare. Notiamo invece che proprio tutti questi prodotti nascono dallo studio approfondito della società moderna: i disagi anche forti come bulimia,malnutrizione, disidratazione , eliminazione di carboidrati e fibre, causano ovviamente problemi fisici come gonfiori, stitichezza, debolezza capillare, dovuti anche dallo stress. Stress che in Italia si percepisce immediatamente. Lavori precari, inquinamento stellare, ritmi lavorativi assurdi, tutto questo si riflette su di noi, su quello che siamo e sul nostro aspetto.

Edited: January 25th, 2010

Haiti: Assenti nella vita, Morti nel notiziario della sera

di Amanda Furness per Women Media Center (http://womensmediacenter.com/blog/2010/01/haiti-absent-in-life-death-and-on-the-evening-news/)

L’autrice , che ha lavorato a Cité Soleil, un distretto poverissimo colpito duramente dal terremoto, ci chiede di vedere il suo collega ed amico a Port-au-Prince attraverso i suoi occhi, i suoi racconti, diversi di sicuro da quelli riportati dai media.

In Cite Soleil, rampant scabies worsens existing injuries. The author, here volunteering along with Haitian Jean Murat, applies ointment on an infected woman in March of 2009.

L’articolo riportato dal Women Media Center, racconta una storia tragica, durissima. E’ la voce degli invisibili che riesce ad esprimersi solo tramite l’articolo scritto dalla coraggiosa autrice. Cité Soleil è il Bronx di Haiti, se così possiamo definirlo. Un accumulo di case poverissime e persone ormai dimenticate. Adesso è un cumulo di macerie e morti, nonchè di persone ancora da identificare.

La storia si concentra sul Sig. Robinson, un’anima pia di soli 24 anni, si occupa di una clinica medica-orfanotrofio su questa vasta terra ricca di piantagioni. La città di Ctiè Soleil essendo lontana dai media e dalla “fauna turistica”, non ha permesso a questi fantasmi buoni di essere esposti. Se non fosse per questo giovane eroe, l’area sarebbe ridotta all’estremo della sopravvivenza ed i bambini sarebbero lasciati al loro destino infernale.

Robinson non è un uomo bianco, un salvatore occidentale venuto dall’America o da qualche Paese ricco ed Europeo. Robinson è nero, figlio del colonalismo, del periodo post schiavitù.

I media si concentrano solo sull’aspetto patetico di Haiti: povertà, immigrazione, ignoranza, incapaci di autogovernarsi e quindi da “salvare” e da riconolizzare.

Una tattica puramente dittatoriale, per accaparrarsi definitivamente questo luogo.

I ragazzi come Robinson non esistono e non devono esistere per i media, meglio nasconderli negli angoli remoti dell’isola, meglio non parlarne.

La storia della schiavità Haitiana passa sempre in sordina, si sono ribellati e adesso sono salvi.

Sbagliato.

Haiti è un paradiso in Terra ma anche l’isola del caos, del voodoo, dell’ignoranza, così viene dipinta dai media americani perchè la storia del popolo di colore fa paura, fa paura anche il loro possibile controllo sulle notizie, sui giornali. Meglio trincerarli nei luoghi comuni. Gli haitiani sono persone eccezionali, dai forti valori,  dal contadino al cameriere dell’Hotel di lusso, tutti contribuiscono nel loro piccolo a risollevarsi in qualche modo.  Devono affrontare le politiche francesi e americane, ecco il male da affrontare giorno dopo giorno. Non sentirai mai una notizia sui moltemplici ostacoli che queste leggi straniere impogono alla popolazione locale o degli abusi che hanno subìto dalle Nazioni Unite prima del terremoto.

La voce degli Haitiani non sarà mai ascoltata nè riportata,  saranno messi in bella mostra solo i loro corpi mutitali e le condizioni precarie in cui vivevano, concentrandosi così su di una visione grottesca del loro stile di vita per marcare sempre più sulla necessità di una democrazia e di leggi ad hoc importate dal grande Occidente.





Robinson Remedor runs an orphanage and clinic in the earthquake devastated district of Cite Soleil.Robinson Remedor


Racconta ancora la giornalista ” Quando Robinson ed io girammo per Cité Soleil nel Marzo del 2009, una ragazzina comparve dal nulla e si avvicinò a me, mostrandomi un sottile pezzo di carta. Lo mise nella mia mano e scappò via. Su quel foglio era scritto il suo nome : Adline Verne. Ci misi del tempo per capire che la ragazzina non si aspettava nulla da me e non aveva aspettative concrete. Voleva solo che io sapessi, per il futuro, che lei esisteva. Poichè aprì la sua mano per darmi questa informazione, mi sentii obbligata in quanto giornalista di riportare questo fatto. Ad Haiti ci sono milioni di voci non ascoltate, senza identità e senza nome come Adline. Forse adesso questa voce sarà ascoltata.”


Robinson Remedor è sopravvissuto al terremoto, nonostante questo miracolo, ha assistito alla morte di suo padre e della figlia del suo migliore amico. L’ orfanatrofio ha perso un bambino ed una stanza è crollata del tutto. La clinica medica continua ad andare avanti grazie all’aiuto di un team di mecidi arrivati da Miami.

traduzione e riassunto: Walai

Edited: January 25th, 2010

Trans*nival!

trans-1clicca sulla locandina!

Edited: January 19th, 2010

Anna Karenina will have her ravange on Moscow

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Ultimamente spopola nelle tv russe un reality ambientato nei licei della capitale comunista: “scuola”.

Diretto da una giovanissima (solo 25 anni) regista di nome Valeria Gai Ciaganava, aka Ghermanika, questo show-reality ha sconvolto addirittura tutto il Parlamento russo che, proprio in questo periodo nero del loro Paese noto soprattutto per le rivolte antixenofobe e antiomofobiche finite con fiumi di sangue e violenza a non finire, il Paese del macho-man e della disoccupazione, della violenza domestica ecc.ecc. ( toh! ma che dejavù…), ha tentanto di evidenziare il fantastico lavoro svolto dai maestri e dai docenti di tutte le scuole nazionali, esaltando le virtù degli studenti e professando severità e durezza. Il 2010 è stato proprio l’ Anno degli Insegnanti e l’estremo realismo dello show ha destato non pochi imbarazzi se non schiamazzi. La Ciaganava è stata così additata come antipartitica ed anticomunista avendo già  diretto il film  “Tutti muoiono tranne me”, di odore sempre adolescenziale. Proprio questo lavoro le ha permesso di farsi notare negli ambienti cinematografici più di importanti, ricevendo un premio al Festival di Cannes del 2008. Tutta questa attenzione sull’autrice ha portato inevitabilmente luce sulla reale situazione russa, cancellando così con uno sputo tutte le belle parole e le immagini dal sapore vintage che giravano e continuano a girare nel Paese di Stalin.

Le  pubblicità e i media russi, marcano sull’immaginario del macho man e della studentessa ligia ma sempre bellissima.preview

Peccato che nelle varie puntate del reality “Scuola”, gli studenti dei licei appaiano come  comuni studenti presi da moda, birra e sesso, normalissimi teenager con tutti i loro pro e contro.

Le ragazze sono quasi tutte truccatissime, un po’ emo e un po’ dark, disinibite ma anche arrabbiatissime, coloratissime e molto underground. Qui sembra riaffiorare lo spirito delle riot grrrls , tra repressione e dittatura. Molte altre invece sognano le passerelle, inventano strane mode come quella del 2001 tutte-in-porpora: vedevi sfilare sfilze di ragazze vestite tutte da capo a piedi in color porpora, seguendo un branco più che un ideale o una protesta. Poi venne l’anno del bianco e via sfilare fantasmi in metro, autobus e negozi.

Ricorda molto il nostro Bel Paese e, non a caso, il nostro grande premier ama tanto la Russia mentre strizza l’occhio all’America ma Berlsuconi, si sa, è una bandieruola e predilige per ora Paesi ignoranti e sull’orlo del declino culturale e morale.

E’ dunque l’arte e il cinema a poter dare luce e voce all’oblio e al disagio. Inserisco qui il link di un cortometraggio animato LINK.

“Corto russo intitolato Stormy Petrel (Burevestnik) diretto da Alexei Turkus nel 2004. E’ la parodia della poesia Canto della procellaria scritta da Maksim Gorkij nel 1901 che mostra in maniera surreale i metodi educativi nella scuola russa e l’atmosfera che regna in ogni classe. Critico, affascinante, pazzo, divertente. Con un Gorkij baffuto nel finale, meraviglioso”. da tvblog.it

Lascio qui un pezzetto tratto dal libro ” La rivoluzione dei sessi” di Enrico Franceschini, Feltrinelli 2008.

La Russia, insegnano storici e letterati, è femmina: non a caso si dice (Santa) Madre Russia. Ma è una madre che ha preso un mucchio di legnate, cominciando dall’era zarista per proseguire nei sette decenni di comunismo. L’elemento femminino domina la tradizione popolare, nelle campagne i contadini del Medio Evo adoravano la “Grande Madre”, una dea benigna capace di autofecondarsi e riprodursi senza bisogno del maschio, e anche le forze del Male avevano un riferimento femminile, la strega Baba Jaga, zitella, onnisciente, tremenda, simbolo di una saggezza crudele. L’uomo russo, insomma, ha sempre visto la donna come un essere pericoloso, temibile, e in fondo in fondo superiore. Recita una famosa canzone, Oci Ciornye, Occhi Neri: “Come vi amo, come vi temo, bellissimi occhi neri”. E dunque, per sconfiggere la paura suscitata da quei bellissimi occhi, giù legnate a tutto spiano.
La Rivoluzione bolscevica, l’avvento del comunismo, dovevano teoricamente concludere la sottomissione di un sesso all’altro. Ma così non è stato. Il comunismo ha perpetrato il dominio dell’uomo sulla donna. Poiché erano “uguali”, non c’era alcuna distinzione nelle mansioni, nei lavori, che toccavano ai due sessi del popolo socialista. Il risultato è che poco per volta alle donne, come nota una sociologa, sono toccati “tutti i lavori da cane”. I più umili, i peggio pagati, quelli che in America vanno ai neri e in Europa agli immigrati dal meridione o dal Terzo Mondo. I turisti stranieri che mettono piede per la prima volta in Russia sono sempre colpiti dalla vista di donne infagottate in giacconi di foggia militare, un fazzoletto legato in testa, che depongono asfalto sulle strade, caricano badilate di carbone sui camion (mentre l’autista, maschio, osserva placido con la sigaretta in bocca), usano sbarre di ferro per divellere vecchi binari ferroviari, scopano le strade dalla sporcizia che emerge a ogni disgelo oppure spalano la neve e spaccano il ghiaccio in inverno, trasportano sacchi di patate, e si arrampicano sulle impalcature delle case per dare una mano di vernice.
“Come non provare vergogna e compassione davanti alle nostre donne che trasportano pesanti barre di pietra per pavimentare le strade?” scriveva Aleksandr Solgenitsyn nel ’74. Denuncia che può suonare arcaica all’orecchio di una femminista occidentale. Ma in Russia, d’altra parte, il femminismo non è mai arrivato. L’uomo stava sopra, la donna sotto: in tutti i sensi. Il maschio era padrone. E se nella Russia di Tolstoj questo schiavismo sessuale spingeva Anna Karenina a suicidarsi, nell’Unione Sovietica comunista nascondeva dietro il paravento dell’ideologia ugualitaria una differenza e un’ingiustizia non meno profonde. Il paradosso è che mentre le varie Natasha, Svetlana, Irina, facevano “lavori da cane” e risolvevano i mille problemi della vita quotidiana (trovare da mangiare, far studiare i figli, procurarsi gli stivali per l’inverno, mandare avanti la casa e la famiglia), l’uomo sovietico perdeva progressivamente orgoglio e fiducia in se stesso, rinchiudendosi nel grande rifugio nazionale, l’alcol. “Il maschio russo,” afferma un diffuso luogo comune, con un forte fondo di verità, “preferisce passare il sabato sera abbracciato a una bottiglia di vodka che a una bella ragazza.” Più rassicurante, più facile, più necessario stordirsi con una bottiglia (facciamo due o tre, una è poco per l’uomo russo), che trovarsi di fronte la propria moglie, fidanzata, compagna. La moglie veniva presto dimenticata, ignorata, spesso malmenata, con una sola eccezione, la festa, sovietica e altamente politicizzata, dell’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna: in era comunista, i russi, che non celebravano San Valentino, festa “borghese” degli innamorati, l’8 marzo si trasformavano per un giorno in romantici Romeo. Ovunque, code davanti ai fiorai: mogli, madri, sorelle, fidanzate, figlie, ricevevano attenzioni e mazzi di rose, margherite, mimose. Il 9 si ricominciava come prima, botte per lei, vodka per lui.
A forza di passare più tempo con l’alcol che con le donne, le unioni scricchiolano. La Russia ha la più alta percentuale di divorzi al mondo: l’anno scorso il 62 per cento dei matrimoni sono finiti davanti a un giudice, il 75 per cento a Mosca (negli Stati Uniti, la percentuale è del 50 per cento, in Europa occidentale, mediamente, del 40). Non dipende, certo, solo dall’alcol. La vita sovietica non era fatta per stare a lungo insieme. Abitazioni troppo piccole, esistenze troppo dure, mandavano rapidamente in frantumi le coppie. In Urss ci si sposava giovanissimi, a 18, 19, 20 anni, per uscire dall’opprimente atmosfera familiare, da case in cui nonni, genitori, figli vivevano tutti insieme in 40 metri quadrati. Col matrimonio, la giovane coppia poteva iscriversi alle liste per l’assegnazione degli alloggi. I fortunati, dopo un attesa mai breve, ottenevano un appartamento. Nel frattempo, di solito era già nato o stava per nascere un figlio, i soldi non bastavano più, marito e moglie lavoravano da mattina a sera e non si incontravano neppure in vacanza: le ferie erano, questo è vero, pressoché gratuite, ma ciascuno le trascorreva nel sanatorio della fabbrica, ministero, ufficio da cui dipendeva, cosicché il marito andava due settimane a luglio sul Mar Nero, la moglie due settimane in agosto sul Baltico. Il divorzio, inevitabilmente, non tardava. Consumato l’atto legale (in appena quindici giorni) lui scompariva. Magari si trasferiva in un’altra città; e se rimaneva nella stessa interrompeva tutti i rapporti con l’ex moglie e l’eventuale figlio. Dopo un po’ si risposava, perché anche se la mena, la ignora, la tradisce, l’uomo ha bisogno di una donna che badi al focolare. Poi faceva un altro figlio e proseguiva il ciclo: altro divorzio, altra fuga.
In Russia capita di continuo di incontrare donne divorziate, con un figlio a carico, che ignorano dove sia e cosa faccia l’ex coniuge. Spesso la madre ha subito la loro stessa sorte. Una famiglia-tipo, che condivide lo stesso miniappartamento, può essere così composta: bisnonna di 62 anni, nonna di 41, madre di 22, figlia di 3. Gli uomini svolazzano da un fallimento all’altro, le donne si arrabattano e tengono duro, sole.
Anche per questo la media nazionale è di un figlio a coppia: fossero di più, milioni di madri divorziate non riuscirebbero a sfamarsi. Ma il controllo delle nascite era una pratica sconosciuta in Urss. La pillola anticoncezionale è arrivata solo dopo il crollo del comunismo. Altri metodi contraccettivi erano poco praticati. I profilattici sovietici, detti spiritosamente “galosce”, erano leggendari per impraticabilità e scarsa resistenza. C’era un unico mezzo universalmente praticato per limitare le nascite: l’aborto. La Russia ha il record mondiale di interruzioni di gravidanza: una media di oltre 3 milioni e mezzo all’anno. Ci sono due aborti per ogni bambino che viene al mondo. Tra i 15 e i 49 anni di età, una russa ha subito una media di quattro aborti. Ma ho conosciuto russe di trent’anni che ne avevano avuti già dieci o dodici, praticamente uno all’anno a partire dalla pubertà. Partorire, del resto, era rischioso. Negli ospedali sovietici, gratuiti ma evidentemente gestiti da macellai, le donne russe morivano durante il parto dieci volte di più che in Occidente.
Quelli erano delitti imputabili al sistema. Altri sono diretta responsabilità dell’uomo. Nel 1994, su 30 mila omicidi commessi in Russia, 15 mila, la metà, una percentuale strabiliante, sono stati uxoricidi, mogli assassinate dal marito. In America, questo genere di omicidi sono solo il 2 per cento del totale. La differenza viene così spiegata dagli esperti: in tutto l’Occidente, il movimento della donna ha affrontato e combattuto risolutamente le violenze familiari. In Russia, ufficialmente il problema non esiste. Il 90 per cento degli stupri o delle violenze all’interno del matrimonio non vengono neppure riportati alla Milizia. Quanto agli stupri commessi da sconosciuti, ci vuole un coraggio eccezionale per denunciarli. Una testimonianza riferita dai giornali: “Il poliziotto mi ha detto, ragazza mia, se proprio vuoi denunciarlo, prima ritrova il violentatore, poi fai in modo che sia almeno recidivo, quindi procurati un testimone e allora torna da me.”

Un sondaggio del 1990 nelle scuole di Mosca chiedeva agli studenti quali mestieri sognassero di fare “da grandi”. Un tempo rispondevano: il cosmonauta, l’ingegnere, l’insegnante. Stavolta le risposte sono sorprendenti: i maschi sognano di fare il gangster, le ragazze la prostituta. Tutti delinquenti in fasce? Non proprio. Semplicemente, aspiravano a una professione che consentisse di arricchirsi in fretta, di fare “la bella vita”. Bandito e prostituta, resi celebri anche se non idealizzati dai mass media della perestrojka, sembravano le strade più rapide per realizzare il sogno. Ma mentre non tutti i ragazzi possono svegliarsi un mattino e cominciare a fare il gangster, diventare dal giorno alla notte una “ragazza di vita” è più facile: specie se sei carina, e le russe generalmente lo sono. Così la prostituzione impazza. Se prima della perestrojka era un mestiere per poche elette, circoscritto agli alberghi frequentati da stranieri, la maggiore libertà la diffonde in ogni angolo del paese. Discoteche, bar, night-club, casinò; poi anche in strada. All’inizio i russi le chiamano interdevuchka, alla lettera “ragazza internazionale”, perché va preferibilmente con gli stranieri; oppure valutnaja, colei che si fa pagare in valuta straniera. Sul finire degli anni ottanta, un film tenta di scoraggiare il sogno di tante adolescenti: è la storia di una ragazza che fa di giorno l’infermiera e di notte la puttana, sposa uno dei suoi clienti, un uomo d’affari svedese, lo segue a Stoccolma, dove il matrimonio finisce male in un batter d’occhio e lei muore, con le lacrime agli occhi, in un incidente d’auto mentre tenta di ritornare in patria.
Chi sono le prostitute russe? Molte ragazze-madri o comunque mogli abbandonate dal marito: mentre la nonna bada al figlioletto, loro provvedono a sbarcare il lunario. Alcune cambiano un cliente ogni notte, altre hanno un harem di “fidanzati” fissi, businessmen stranieri che visitano regolarmente Mosca, ai quali si dedicano con fervore, una settimana al mese per ciascuno. Guadagnano bene, 200 dollari a incontro. Sono le prime donne “emergenti” della nuova Russia, le prime in grado di acquistare bei vestiti e profumi stranieri, la macchina, un appartamento di proprietà, le prime a viaggiare all’estero. La gente le odia, per invidia prima che per giudizio morale: ancora oggi, quando un vecchio pensionato incontra una russa elegante e di bell’aspetto, l’ingiuria che scatta automatica è “mignotta”.
I clienti sono quasi sempre soddisfatti. Le valutnaje si comportano più o meno come le loro celebri colleghe brasiliane o cubane: il maschio paga, e in cambio loro gli lasciano credere, se vuole crederlo, di amarlo follemente, anche se soltanto per una sera o cinque giorni al mese. Ai clienti stranieri raccontano che gli uomini russi le picchiano, si ubriacano, sono scarsi di attenzioni, le tradiscono spavaldamente, e sono pure un po’ sporchi: in questo non è difficile credere che siano sincere. Con i clienti fissi, qualche volta nasce un amore. Seguono regalini, inviti in Occidente, piccole vacanze insieme. Se l’uomo è celibe, ogni tanto sposa la (ai suoi occhi ormai ex) valutnaja. Matrimoni che di solito non durano molto: terminata la luna di miele, la russa si ritrova in una cittadina di provincia in Lombardia o nell’Ohio, guardata da tutti come un oggetto misterioso, chiusa in casa dal marito geloso. Presto o tardi, nove su dieci scappano, tornano a casa, in Russia. Come nel film. Qualche volta, però, possono rivelarsi buone mogli: a patto che lo sposo sia un buon marito.
Ma non tutte bramano il matrimonio. Per alcune fare “la vita” ha un’ebbrezza, un azzardo, un fascino a cui non rinuncerebbero facilmente. C’è un termine russo per definire questa passione: tusovka. Vuol dire all’incirca happening, sballo, divertimento scatenato, irrefrenabile desiderio di stordirsi e godere la vita, preferibilmente di notte. Un virus, sia ben chiaro, che non contagia soltanto le mercenarie dell’amore, o le donne, ma tutti i russi che si ritrovano con qualche soldo in tasca e la possibilità di darsi, almeno per un giorno, alla pazza gioia. Ma in particolare per ragazze che hanno fatto una vita grama, vestirsi eleganti, truccarsi, ritrovarsi fra amiche in un locale, discoteca, bar, per essere corteggiate, guardate, concupite (e qualche volta comprate), per vivere un’avventura insomma, è una sensazione inebriante, potente come una droga.
Comunque gli stranieri, come clienti occasionali o da condurre all’altare, non sono più l’esclusivo oggetto del desiderio delle donne russe: il capitalismo ha portato alla luce i “nuovi russi”, infinitamente più ricchi di italiani, tedeschi, americani o giapponesi di passaggio a Mosca. Chi cerca un marito danaroso, non ha più bisogno di emigrare e potrà fare la “bella vita” in patria finché vuole (o almeno finché lui non fa bancarotta o va in prigione). Le agenzie matrimoniali per combinare nozze con stranieri esistono ancora, ma nella piccola posta dei giornali si legge un nuovo tipo di inserzione:
“Signorina russa di 26 anni, attraente, sofisticata, non fumatrice, cerca il suo principe Azzurro. Deve essere russo, moscovita, 27-34 anni, forte personalità, intelligente e degno di fiducia.”
Ci sono anche quelle che non sognano di arricchirsi andando a letto col primo venuto, vendendo il proprio corpo. Qualcuna si accorge che basta vendere il cervello, se funziona bene. Irina Khakhamada ha 38 anni, è deputato della Duma, la camera del parlamento russo, dove guida una piccola corrente liberale, democratica e riformista. E’ la fondatrice, insieme a Konstantin Borovoj, della Borsa Mercantile di Mosca: un’imprenditrice impegnata in una miriade di società finanziarie e commerciali, sempre vestita soltanto di nero, e di Chanel numero 5. La parlamentare più sexy di Russia, secondo i suoi colleghi e i giornalisti accreditati. Tre mariti alle spalle, un figlio (siamo in media perfetta), e un padre comunista di origine giapponese, emigrato in Urss per passione ideologica. Anche lei è stata iscritta al Pcus, dal 1984 al 1989, “ma solo per poter frequentare scuole migliori,” spiega. Un nuovo tipo di russa: la donna in carriera.
“Mi sono sempre sentita a disagio nella società socialista,” racconta. “Dopo la laurea in economia, ho lavorato per un po’ al Gossplan (il Comitato economico per la pianificazione dell’economia, colosso burocratico del sistema), poi ho insegnato alla scuola tecnica della Zil, la fabbrica di limousine e frigoriferi. Un altro docente era Borovoj. Una sera, era stata approvata da poco la legge sulle cooperative private, primo passo verso la privatizzazione introdotta da Gorbaciov, gli propongo: Perché non ci proviamo anche noi? Magari ci mettiamo a vendere dolciumi o qualcosa del genere. Lui si mette a ridere e ribatte che dobbiamo vendere quello che abbiamo già: il cervello. Così abbiamo fondato una cooperativa che forniva servizi di consulenza legale e finanziaria via computer alle grandi aziende statali. Immediatamente, il nostro salario è raddoppiato. Un anno dopo, ho lasciato il lavoro alla scuola della Zil e mi sono dedicata a tempo pieno alla cooperativa. I miei colleghi insegnanti erano stupefatti, mio padre era orripilato, mia madre piangeva. Ma, come dicevano tutti quanti, lasciare un lavoro sicuro e prestigioso per buttarsi in questa follia… E anche quando le cose cominciarono ad andare benissimo per la nostra cooperativa, i miei amici intellettuali mi disprezzavano. Tu vendi il tuo cervello per soldi: come se fosse stata una scelta riprovevole, equivalente a vendere il mio corpo. Fatto sta che nei giorni del golpe contro Gorbaciov, agosto 1991, noi broker della Borsa Merci eravamo i primi sulle barricate a difendere la democrazia, mentre i miei amici dell’intellighentzija restarono a casa a discettare sul da farsi. La storia della Borsa andò così. La prima seduta fu praticamente una truffa. Io e Borovoj avevamo fatto un sacco di pubblicità sui giornali alla nostra idea di un luogo deputato allo scambio di merci e prodotti, come esiste nei paesi capitalisti, e ci erano rimasti soltanto i soldi per affittare tre ore l’auditorio del Museo Politecnico per la seduta inaugurale. Ai quattro gatti che si presentarono per vedere cos’era questa Borsa, annunciammo che la sala era nostra per un anno! Quella prima mattina, nessuno spese più di 30 mila rubli, ma bastarono ad affittare la sala per qualche altro giorno. All’inizio andammo avanti così, in due, di notte Konstantin preparava i contratti, di giorno io mentivo al telefono ai clienti, giurando che tutti i documenti erano pronti e la Borsa era un organismo pienamente autorizzato. Non lo era affatto, invece. Ma nella confusione generale del tramonto della perestrojka, nessuno si curò di proibirla. Più tardi arrivò anche l’autorizzazione formale. Adesso mia madre è orgogliosa di me, faccio soldi a palate, giro in auto con l’autista, e sono pure stata eletta deputato. Certo, noi non vedremo fino in fondo la Russia che stiamo cercando di costruire, ma la vedranno i ragazzi che hanno cominciato ad andare a scuola all’epoca della perestrojka, che oggi, a 14 anni, parlano già di azioni, computer e quotazioni del rublo, e che sono molto meglio di noi, perché non vogliono rimanere poveri e non si vergognano a dirlo. Col tempo, la situazione si normalizzerà, perché non c’è niente di insolito nella Russia, eccetto che siamo in ritardo sulla Storia e abbiamo perso alcune delle nostre vecchie tradizioni. Ma il capitalismo ci farà bene, e farà bene, soprattutto, ai nostri uomini. I quali, in era sovietica, non erano in grado di assicurare un minimo di benessere alle loro famiglie: perciò bevevano fino a perdere i sensi, e perdevano ogni dignità. Il ritorno di una sana, autentica virilità maschile, in Russia, è una diretta conseguenza dell’avvento del capitalismo. Un uomo che guadagna è più indipendente, più responsabile, più sicuro di sé. Insomma, è un vero uomo!”

“Vero uomo” è un’espressione traducibile in russo con un termine antiquato: muzhik. Significa contadino. Il muzhik era il campagnolo a piedi scalzi nella steppa russa. Ignorante, testardo, forte come una roccia, orgogliosissimo. Al giorno d’oggi, quel campagnolo non esiste quasi più, ma muzhik continua a essere una parola molto usata. Un muzhik è l’uomo vero, non l’uomo di ferro o di marmo della mitologia socialista, ma l’uomo virile, duro, implacabile. Quello che dà una bella strigliata alla sua donna, scola tre bottiglie di vodka senza fare una piega, non ha paura di niente e di nessuno, tira sempre dritto per la sua strada. Ma ora il capitalismo ha creato un nuovo tipo di uomo, la cui virilità consiste nel guadagnare bene, non nello scolarsi tre bocce di vodka o dare una menata alla moglie.
Il tipo d’uomo che piacerebbe a Irina Khakhamada si chiama Aleksandr Sharapov. E un giovane imprenditore, self-made man: import-export, una fabbrica di scarpe, una partecipazione in una nuova banca privata. Aleksandr, Sasha per gli amici, si rivela all’opinione pubblica un lunedì di novembre del ’96, quando il cielo russo è grigio cenere, le strade piene di neve e fango, e l’umore della gente si adegua al tempo atmosferico, tendendo al brutto, alla malinconia, alla depressione. Quel mattino, i moscoviti in attesa dell’autobus o bloccati da uno dei sempre più infernali ingorghi, incontrano una sorpresa: la gigantografia di una donna sorridente. Ripresa in primo piano, di una bellezza molto dolce, è ritratta in bianco e nero, tranne un particolare colorato, gli occhi: due fari azzurri. Di fianco al volto, una scritta in cirillico: Ja tebja liublu. lo ti amo. E basta. Come se uno spiritello benigno avesse deciso di rallegrare la capitale, durante la notte Mosca è stata tappezzata da decine di cartelloni pubblicitari come questo. A prima vista non pubblicizzano niente. Sarà, pensa la gente, una nuova invenzione, un bel volto di donna per incuriosire, e poi, tra una settimana o due, la frase viene completata, svelando il trucco. La bella sul cartellone dirà: io ti amo, Profumo Tal Dei Tali, Crema per il Viso, Marca di Sigarette, o magari Lenti a Contatto Colorate. Ma i giorni passano e non succede niente, il cartellone resta invariato, la scritta enigmatica, incompleta. Il mistero cresce, i giornali cominciano a parlare della stravagante pubblicità, la quale vince il premio per il miglior volto nuovo dell’anno. Col che il segreto è svelato. La sorridente Gioconda moscovita reclamizza semplicemente l’amore, per la precisione l’amore coniugale.
La donna della gigantografia è la moglie di Aleksandr, Svetlana. Sono sposati da quattro anni. Lei era una giovane fotomodella con promettenti contratti a Parigi e New York. Il giorno prima del matrimonio, Aleksandr le chiede di rinunciare alla carriera per dedicarsi alla famiglia: come in una vecchia canzone di Lucio Battisti, non vuol vedere la moglie solo davanti al profilo di isole lontane. Svetlana accetta. E quattro anni dopo, più innamorato che mai, lui decide di ricompensarla con un’insolita dichiarazione d’amore pubblica. Insolita, e costosa: la somma pagata a una delle maggiori agenzie pubblicitarie di Mosca si aggira intorno ai 300 mila dollari. Mezzo miliardo di lire per dire alla moglie “Ti amo”, tutti i giorni, da ogni angolo della città. “Volevo farle un regalo,” ragiona Sharapov. “Ci sono uomini che amano la propria moglie, ma non possono permettersi un regalo del genere. Altri, che potrebbero permetterselo, non la amano abbastanza. Io amo Svetlana e ho abbastanza denaro per dirglielo in un modo un po’ speciale.” Non solo per dirle ti amo, ma anche per ridarle una carriera: il marito si augura che, sull’onda della curiosità suscitata dalla sua iniziativa, Svetlana possa riprendere in grande stile l’attività di fotomodella. “Per la famiglia,” commenta ora che hanno una figlia e un menage consolidato, “si è sacrificata abbastanza.”
La fiaba sentimentale dei due sposini rivela qualcosa di più di un amore e una ricchezza eccezionali: segnala un trend nei rapporti uomo-donna. Il maschio russo sta cambiando. Non più soltanto muzhik, ma anche gentiluomo, galante, romantico, buon marito e buon padre. Non tutti spenderebbero come Aleksandr per dimostrarlo, ma il mutamento salta agli occhi, attraverso le rubriche dei giornali, i talk show alla tivù, la pubblicità, i grandi e piccoli comportamenti della vita quotidiana. Si vedono in giro tanti uomini (mariti, fidanzati, amanti) premurosi, gentili, attenti: con la moglie, e con i figli, altro pianeta dimenticato dal maschio russo tradizionale. Il sabato pomeriggio, sull’Arbat o in un parco di Mosca, ora è normale vedere un padre a passeggio con il figlio per mano o che spinge una carrozzina. Un’immagine comune per qualsiasi sabato italiano, francese, americano, ma relativamente nuova in Russia, dove in epoca sovietica gli uomini si occupavano poco o nulla dei figli, lasciando alla moglie, alla donna, la responsabilità di accudirli ed educarli. Quando una mia amica russa venne per la prima volta in Italia, qualche anno or sono, rimase strabiliata dalla vista di così tanti padri con i figli a passeggio per le nostre città, il sabato e la domenica: “Da noi in Russia,” si rammaricava, “sarebbe impossibile.”
Ora è possibile: e se ha ragione la Khakhamada, è merito del capitalismo. Un nuovo sondaggio nelle scuole dà nuovi risultati rispetto al 1990: non sono più il gangster e la puttana i mestieri sognati dai giovani, bensì il manager e la fotomodella. Crollo d’iscrizioni alla facoltà d’ingegneria, la preferita dei tempi sovietici (bisognava, infatti, “edificare” il socialismo), boom a economia e legge, perché c’è bisogno di direttori d’azienda, esperti di finanze, avvocati, notai. Per diventare fotomodella, invece, non esistono scuole. Ma in Russia, molte ragazze, se non tutte, sembrano pronte per una sfilata di moda.


Ad Anna l’ardua sentenza.

Libro consigliato : ” Compagno Rock”

Edited: January 19th, 2010

Rapex: quando lo stupro diventa uno strano business

Rapex è la nuova trovata di un medico Sudafricano, Mrs Sonnete Ehlers, riportiamo qui l’articolo:

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Il condom antistupro si chiama Rapex, il prototipo è stato lanciato sul mercato il 31 agosto del 2005, a Kleimond, in Sud Africa.
E’ quì che infatti si registra un numero abnorme di stupri, ogni 24 secondi una donna viene violentata.
Vediamo nei dettagli quali sono le sue caratteristiche e come si usa.
Si tratta di un dispositivo di lattice, dalle dimensioni di un tampone, che si infila nel canale vaginale come un diaframma. Si inserisce grazie ad un tampone applicatore, e si toglie utilizzando lo stesso applicatore.
Durante la penetrazione le microscopiche setole dentate che lo ricoprono si conficcano nelle carni del violentatore, provocandogli pene infernali. Il dolore è talmente acuto e forte che la donna ha il tempo di fuggire e chiedere aiuto, dal momento che lo stupratore è ko per qualche tempo, e non riesce a reagire.


Nel momento in cui avviene la penetrazione il rapex rimane attaccato al pene e dunque viene rimosso dalla vagina, quando lo stupratore si ritrae. Può essere poi rimosso dal pene solo con un intervento chirurgico. Il rapex servirebbe così anche ad identificare il violentatore, in caso di stupro.
rapex.gif Questo particolare strumento antiviolenza è stato sviluppato da Sonnete Ehlers per far sì che le donne riescano a difendersi contro gli stupratori. L’idea è sorta quando una vittima di stupro le ha detto: “se soltanto avessi potuto avere dei denti laggiù!” Molte sono state le critiche negative al prodotto: è stato definito un metodo medievale, ma la Ehlers ha risposto che anche lo stupro è una rozza pratica che esiste sin da prima del medioevo e dunque…a mali estremi estremi rimedi.
Questo metodo è estremamente pericoloso non solo per lo stupratore ( e qui direte..sticazzi) ma anche per la donna.
Inserire un oggetto simile potrebbe creare una serie infinita di problemi vaginali,cominciando dall’idea di avere un affare in lattice dentellato mentre camminiamo, siamo al ristorante o  in ufficio.
Ovunque saremo, anche se usciamo una sera da sole ed abbiamo il terrore di subìre uno stupro, infiliamo questo aggeggio dal sapor medioevale, ed usciamo un po’ più tranquille.
Peccato che questo non risolverà molto perchè una pratica simile è stata usata proprio nel periodo buio Occidentale..alle donne veniva conficcato un tappo chiodato per non parlare della famosa cintura di castità.
Come al solito si tenta sempe la strada più facile, rude e d’impatto.
La notizia è grottesca e non la si penderà sul serio, ma è importante focalizzarci sui metodi che fino ad ora non hanno funzionato: non si tratta solo di creare leggi dure e severe contro chi ha già compiuto l’atto ma il capire PERCHE’ ci sono così tanti stupri e soprattutto CHI commette un atto così ignobile.
In un Paese dove la maggior parte delle donne esce con lo spry al peperoncino, ha il terrore di camminare da sola di sera (anche verso le 19 in pieno centro o anche alle stazioni della metropolitana), stiamo ancora qui a gingillarci su metodi, sistemi e torture?
O stiamo facendo finta di nulla? Perchè coprirci gli occhi? Gli stupri sono aumentati e soprattutto da parte di persone disperate, violente, ignoranti, da ragazzini di strada ormai abbandonati a se stessi e alla violenza.
E il numero degli stupri in famiglia cresce e lievita , una gigantesca torta di traumi se non omicidi.
Ed ecco che il rapex a me fa ridere, perchè fomenta odio, aizza le fiamme del peccato.
Io preferirei che si studiasse seriamente il problema e che, soprattutto, finisse l’era della donna-vagina, disposta al dolore pur di non soffrire.
Da ricordare e tener presente che quando una donna subisce uno stupro, subisce sì una violenza vaginale ma anche psicologica e fisica, uno stupratore potrebbe essere un sadico, un pazzo, una persona che è disposta anche all’autoamputazione del pene pur di far soffrire la donna..non si tratta di semplice atto sessuale ma di disgusto e repulsione verso il mondo femmile, si tratta di persone con seri disturbi emotivi che uccidono se possono, che soffocano, che minacciano e potrebbero brandire una pistola e imporre alla vittima di togliere l’arnese.
Smettetela e accendete la televisione per rendervi conto che in Italia la donna è un giocattolo e che questa immagine rimbalza nelle tv di quei Paesi che vomitano fior fior di criminali, collaborando con mafia, ndrangheda e camorra e si aspettano di trovare solo donne prostitute, di facili costumi, tutte rifatte, vogliose e veline.
Se questa è una donna…
Walai

Edited: January 18th, 2010

Quella Cicciolina di Anna Frank!

Ultimamente è passata quasi in sordina la scandalosa notizia della censura al famosissimo diario della piccola Anna Frank, da parte del deputato leghista Paolo Grimoldi, riporto la notizia:

Interrogazione di Grimoldi al ministro Gelmini: “Vi è un passo nel quale Anna Frank descrive in modo minuzioso le proprie parti intime e la descrizione è talmente dettagliata da suscitare turbamento in bambini delle elementari”

Paolo Grimoldi (Lega Nord) Paolo Grimoldi (Lega Nord)

Il deputato leghista Paolo Grimoldi ha presentato un’interpellanza al ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, chiedendo il suo intervento nei confronti di una scuola elementare brianzola in cui è stato letto il testo integrale del Diario di Anna Frank. Secondo il leghista, nella versione integrale “vi è un passo nel quale Anna Frank descrive in modo minuzioso e approfondito le proprie parti intime e la descrizione è talmente dettagliata da suscitare inevitabilmente turbamento in bambini della scuola elementare”.

Immediata la replica dalla scuola, la Lina Mandelli di Usmate Velate (Monza-Brianza). “Credo che il ministro dell’Istruzione abbia cose più importanti di cui occuparsi”, ha detto Claudio Redaelli, dirigente vicario dell’istituto. Secondo il dirigente le pagine a cui si riferisce il deputato sono “descrizioni in termini talmente ingenui, come logico attendersi da una dodicenne degli anni Quaranta, da non destare, soprattutto se mediata dall’intervento dell’insegnante, particolare turbamento in bambini del ventunesimo secolo che in tivù vedono e sentono di peggio”.

“Io sono stato interpellato dagli stessi genitori della scuola per ben tre volte – ha detto Grimoldi – La prima volta ho riposto che c’è l’autonomia scolastica, la seconda che forse c’e stato un abuso dell’autonomia, la terza mi sono sentito in dovere di fare questa interrogazione: credo che quelle pagine per bambini di nove anni si possano definire hard”.

Sembra paradossale e assurdo ma è ahimè la realtà più tragica di un Paese ormai ridotto al paradosso.

In un passaggio Anna descrive con la precisione di un’adolescente che ha appena scoperto di essere umana e donna, com’è fatta realmente la sua vagina, meravigliandosi che questa ” si espande giorno dopo giorno”.

E’ pornografia la conoscenza del proprio corpo? E’ pornografia avere una vagina e osservarla? La pornografia è :

La pornografia (dal greco πορνογραφια, letteralmente “scrivere su” o “disegnare prostitute”) è la raffigurazione esplicita di soggetti erotici e sessuali.

Con i secoli la pornografia è diventato il termine per indicare la concentrazione ossessiva sull’atto sessuale e sui genitali femminili e maschili, mentre nudo e atto sessuale in sè possono avere anche connotati erotici se non poetici ed artistici.

Se la pornografia è il sentire e mostrare il proprio sesso allora cosa sono queste immagini?:

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Sono immagini di spettacoli tv che toccano fasce orarie in cui i bambini possono tranquillamente guardare la tv, ormai anche da soli essendo diventata quest’ultima una sorta di babysitter incontrollata.

Tutti coi forconi su di un passaggio scritto da una ragazzina costretta a trascorrere una fetta della sua adolescenza in una cantina, mentre fuori imperversava una tempesta di odio incontrollato.

In Italia i bambini sono ancora rinchiusi in soffitta.

Walai

Edited: January 16th, 2010

Mens non sana in corpore di plastica.Sabato 17 Gennaio ore 18:40 Ladyradio

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Avete usato i regalini che vi abbiamo consigliato? Speriamo di no…

Ladyradio torna e per smaltire i chili di troppo..basterà ascoltarci!

Per questa nuova puntata parleremo della mania neo nazista della perfezione fisica umana: da photoshop ai trucchi delle videocamere, fino all’ossessione della chirurgia estetica che ormai ha raggiunto livelli fantascientifici.13625_human-vs-robot-10

Inoltre daremo uno sguardo sulla perfezione anche sessuale, la mercificazione del sesso ed un appiattimento culturale che comporta un insano odio verso tutto ciò che non rientra nei canoni più sterili: aumento della prostituzione ( etero, trans ed omosessuale), numero sempre crescente di stupri in famiglia e non solo, sfruttamento dell’immagine della donna in Italia.

State tuned su Ladyradio.

SABATO 17 GENNAIO ORE 18:40/50 SEMPRE E SOLO SU RADIOLINA!
una chicca per voi:

CLICCANDO SULLA FOTO , SCOPRIRETE LA CHICCA CHE VI ABBIAMO RISERVATO. BUONA VISIONE!

Edited: January 8th, 2010